L’unione dei due meccanismi di difesa di cui abbiamo parlato nei nostri due ultimi appuntamenti è l’identificazione proiettiva per la prima volta descritta da Melanie Klein.  Ogden la definì non solo come un processo di distorsione della visione degli altri determinata dalle passate relazioni oggettuali, ma anche come una sottile e potente pressione esercitata sugli altri affinché’ assumano le caratteristiche di un aspetto del Sé o di un oggetto interno proiettato. In breve la persona proietta oggetti interni inaccettabili e ottiene che la persona su cui sono proiettati si comporti assumendo un ruolo coerente con quegli oggetti.

Proiezione e introiezione viaggiano su un continuum di cui l’identificazione proiettiva costituisce l’anello di congiunzione in una confusione fra interno ed esterno. Per attinenza rievocano processi psichici di adattamento e assimilazione. Il suo utilizzo può a seconda della presenza di un Io osservante essere più’ o meno distruttiva: essere convinti che gli altri ce l’abbiano con me ma sapere che non c’è nessuna ragione per questo pensiero è ben diverso che essere convinti della stessa cosa e accusarli per questo, in questa seconda alternativa è probabile che gli altri si oppongano attivamente a questa attribuzione invadente confermando così i pensieri persecutori. Questa forma di difesa nelle sue forme più gravi è tipico dei disturbi border di personalità ma non di quelli psicotici, in quanto genera negli altri una serie di reazioni che confermano il bias e mantengono in parte il senso di realtà mentre per quanto riguarda le psicosi non importa se i contenuti proiettati si confermano nella realtà esterna poiché non è più presente una distinzione dentro/fuori.

Questo meccanismo mette a dura prova la capacità d’aiuto del terapeuta non solo perché è’ necessaria una gran fermezza e uno sbarramento emotivo per sostenere questi assalti ma anche perché c’è sempre una minima parte di verità nella convinzione di chi opera un’identificazione proiettiva, in questi casi può essere difficile capire dove finisce la difesa e dove inizia la psicologia del terapeuta. Questa difesa possiede la capacità di minacciare la fiducia del terapeuta nella propria capacità terapeutica e perfino nella sua salute mentale.

Per terminare vi porto un aneddoto: una paziente che delirava facendomi delle scenate di vedermi abbracciare tutte le donne che definiva puttane mi fece venire diversi interrogativi sui miei aspetti narcisistici, su come emergessero con lei ma soprattutto con tutte le persone che conoscevo ndr.

Liberamente tratto da “La diagnosi psicoanalitica” di N. McWilliams