Introiezione è il processo per cui si considera proveniente dall’interno qualcosa che in realtà è esterno.

Nella sua forma benigna costituisce la base per l’identificazione con le figure di riferimento portando al consolidamento della personalità attraverso l’acquisizione di elementi di figure importanti della propria vita. I bambini introiettano una grandissima varietà di comportamenti, affetti e atteggiamenti delle persone significative che popolano la loro esistenza, comportamenti osservati vengono quindi “copiati” e quando introiettati diventano elementi stabili dei loro atteggiamenti. Il processo è inequivocabile e con tutta probabilità coinvolge i famigerati neuroni specchio (neuroni motori codificanti un movimento che si attivano solamente osservando qualcun altro che compie un’azione). I preparatori atletici utilizzano tecniche di immaginazione attiva in grado di favorire la configurazione neurale del movimento dell’atleta.

Nelle sue forme disfunzionali, l’introiezione è un processo che tende a costruire gravi distorsioni che si ripercuotono sulle relazioni, come per esempio l’identificazione con l’aggressore. In questo meccanismo esperienze traumatiche episodiche o continuative che generano tensione e senso di paura per ogni situazione di cui non si ha controllo ingenerano nel soggetto un forte rifiuto di sentirsi nuovamente in balìa di una situazione che viene quindi rovesciata assumendo le qualità e il ruolo dell’aggressore. Particolarmente utile per la valutazione delle disposizioni caratteriologiche al sadismo, all’aggressività, all’esplosività e all’acting out.

Altra modalità in cui l’introiezione può sfociare in disfunzionalità è quella connessa al lutto e alla sua relazione con la depressione. Quando perdiamo una persona amata (per lutto o separazione) perdiamo anche la parte di quella persona che avevamo introiettato e quindi parte della nostra stessa identità. Se ci impegniamo a recuperare la presenza degli oggetti perduti piuttosto che elaborare la loro perdita e abbandonarli, potremo cominciare a chiederci cosa abbiamo sbagliato con il risultato di un’esistenza incentrata sulla colpa e sull’inadeguatezza. Il meccanismo alla base di tale processo solitamente inconscio sta nel desiderio che individuando i nostri errori si riesca a far ritornare anche la persona perduta (in una sorta di magia onnipotente infantile). L’autocritica inconscia prende così il posto dell’elaborazione del lutto. Quando anche con il tempo la persona è incapace di separarsi interiormente dalla persona amata non sarà più in grado di fare investimenti emotivi su altro continuando a sentirsi sminuito deprivato e inadatto alla vita. Una signora che soffriva di una grave depressione da lutto aveva fatto in modo di ostacolarsi ogni possibile investimento vitale e continuava ad angustiarsi sugli errori fatti da lei durante la lunga malattia del marito. In questa maniera aveva fatto sopravvivere il pensiero irreale che un giorno o l’altro il marito sarebbe tornato a casa e per questo manteneva i suoi vestiti e i suoi oggetti in ordine come se prima o poi arrivasse quel giorno.

Chi ricorre regolarmente all’introiezione per ridurre l’angoscia e assicurare una continuità del sé nel passato, mantiene i legami psichici con oggetti ormai non più vitali appartenenti a periodi precedenti dell’esistenza e sarà ragionevolmente considerato caratterologicamente depresso.

Liberamente tratto da “La diagnosi psicoanalitica” di N. McWilliams