Nell’incontro di giovedì 3 giugno è stato affrontato il caso di un giovane con problemi di individuazione e separazione e un’identità frammentata. Congiuntamente è emersa la difficoltà a mantenere il setting da parte del terapeuta che oscillava tra una modalità di accudimento e contenimento accompagnati alla difficoltà  per l’utilizzo degli strumenti della confrontazione e delimitazione dei confini orari.

Il controtransfert proattivo concordante, legato quindi ad aspetti interni del terapeuta che rispondono e corrispondono ad oggetti interni del paziente, impediva di osservare e così mentalizzare le dinamiche di invasione che il paziente aveva subito nella sua vita e che si riproponevano attraverso alcuni agiti, seppur non gravi, nelle sedute.

Qui l’osservazione dell’aggressività del terapeuta anch’essa non mentalizzata ma spostata sul livello somatico ha portato a valutarne il suo utilizzo in alternative utili a non tollerare più gli oggetti interni abusanti ma piuttosto di accudire, dando ascolto e ragione (e potendo pertanto “ragionare”) a quelli abusati che chiedono giustizia.

Ogni terapeuta è in primis un uomo e ogni uomo risponde all’umanità dell’altro; in ogni terapia gli aspetti tecnici si fondono e confondono con l’umanità di entrambi, ogni terapeuta ha pertanto delle zone più oscure, dei vicoli ciechi che se coincidono con quelli del paziente possono portare a situazioni di impasse terapeutica. Osservare questo è sempre un momento di crescita per tutto il gruppo, ogni partecipante può chiedersi così quali sono i propri vicoli ciechi e con quali pazienti c’è il rischio di imboccarli.